sabato 27 aprile 2013

La mia fortuna è di avermi incontrata a teatro


Da piccola mi spaventavano le bambole parlanti, l’innaturale era per me motivo di fuga.
Tutto ciò che non era in linea con la vita mi lasciava sgomenta e generava in me desiderio di spontaneità.
Crebbi però, assorbendo presto, che il trucco è spesso un buon artificio per sopravvivere.
Non sempre per vivere.
Sotterrai in fretta nelle vene la paura delle maschere e questa pian piano si trasformò in attrazione.
Nel sangue iniziò a scorrermi la voglia di avvicinarmi al mondo delle immagini, del sogno, dell’arte.
Il pomeriggio ero una Dea, la sera una principessa, la mattina un pirata.
Potevo essere qualunque cosa con un po’ di fantasia e dei colori.
Nacque da qui la mia passione per il teatro, meno per il cinema.
L’intrattenimento nella sua forma più costruita vede nel cinema la sua massima espressione, ma la vita prende forma nell'immediatezza su un palcoscenico.
Figlia di operai, ho sempre portato avanti un pensiero di popolarità del teatro, l’aspetto relazionale e terapeutico che caratterizza il mio approccio all'opera vede il messaggio teatrale come universale.
Un ritrovarsi nei diversi personaggi che ognuno di noi interpreta nel quotidiano e che in teatro prendono forma in uno spazio di sviluppo sensoriale.
Tutto ciò che mi faceva paura era ciò che non conoscevo di me, che non avevo integrato come aspetto. 
Allontanavo ciò che pensavo mi avrebbe impoverito mentre era lì per svelarmi il mio diavolo nascosto quello da cui trarre energia o da cui farsi risucchiare.
Quella bambola parlante mi dava modo di affrontare la mia paura più grande: quella di non essere reale.
Quel pagliaccio mi dava modo di guardare in faccia la mia tristezza che mascheravo con un sorriso stampato.
Quella rabbia che non riuscivo a esprimere sulla scena non era altro che un condizionamento svelato e l’incapacità di interpretare la seduzione, la paura di essere oggetto di attenzioni sessuali non volute.
Il teatro è uno dei modi migliori per affrontare i propri demoni, ci si entra insicuri, tremanti, finti e si finisce con l’uscirne autentici.



Pamela C. De Logu

giovedì 11 aprile 2013

Il burattino e la fata

Il burattino un giorno incontrò la fata, dapprima la odiò, le invidiò le sue caratteristiche perché in lui erano assenti e la maltrattò.
Poi se ne innamorò, i burattini non possono fare a meno delle fate perché sono le loro guide che lo vogliano o no.
La fata lo aiutò molto poi un giorno sparì. Il burattino si arrabbiò e credendo di vendicarsi di lei rinnegò tutti i valori che gli aveva lasciato in custodia.
Smise di crescere e iniziò a girovagare perdendo soldi dalle tasche scappando dalle emozioni, privandosi di sentire nel profondo al fine di trasformarsi. Non era pronto.
Ad un certo punto imboccò una via, divenne un burattino di successo, ricco e rispettato, tornava ogni tanto da quelli che lo conoscevano mostrando loro i suoi traguardi.
Ma il burattino era sempre solo, tutto sapeva fare tranne amare. Imitava un comportamento e si aspettava delle reazioni, se mancavano, iniziava a preoccuparsi perché qualcosa non stava andando secondo i suoi piani.
Mentre l’anima di un Mago vede, l’anima del burattino che non è ancora tornata a casa è lontana.
E il burattino in preda alle emozioni che più evitava e più tornavano forti, una notte non seppe più che fare, urlò di dolore e pianse gridando aiuto.
E’ lì che qualcosa accadde, il burattino depresso si ammalò e giunsero messaggi per un ritorno, un risveglio, che spesso aveva ignorato peggiorando il suo stato.
Prestando attenzione scoprì che avrebbe potuto vivere da sveglio, smettendola di essere vissuto.
Scoprì di essere infinito, presente, senza paura e non più schiavo delle emozioni e degli avvenimenti.
La voce della fata una notte in sogno lo rassicurò:
Qualunque cosa accade nella vita di un risvegliato è la cosa migliore per lui in quel momento, scopre di avere il potere di creare una realtà e sceglie i suoi pensieri con cura, non si lascia pensare.
Le persone accanto a lui non lo riconoscono più: è calmo, deciso, non ha paura di perdere perché sa che niente gli appartiene e così tutto giunge a lui al momento opportuno.
Ha fiducia e vive nella costante certezza che qualunque cosa accadrà, sarà per il suo massimo bene, non tratterrà perché sa che non esistono cose ma solo energie. E il fine dell’energia è fluire.







Il mattino seguente si svegliò nel suo letto, era un uomo sulla trentina, si guardò allo specchio e trovò un riflesso della fata negli occhi. Non lo aveva abbandonato né tradito. La sua vendetta era servita al solo scopo di giungere al punto di passaggio tra terra e cielo.

Viaggiò molto e portò a termine il progetto divino della Sua esistenza.

Lei aveva fatto quello che era necessario all'evoluzione del ciocco di legno, il suo compito era concluso.

Ora guardando, Egli vedeva all'altezza del cuore, non aveva più percezione della realtà.

Adesso la conosceva.

Adesso era un Mago.

P.

sabato 23 marzo 2013

Le favole come processo di individuazione

“C’era una volta…”il solo sentire questo incipit mi riporta indietro nel tempo, sotto le coperte, quando mio padre mi raccontava la fiaba della buonanotte.
Nonostante molti non lo sappiano c’è differenza tra fiaba e favola entrambi generi letterari simili ma con scopi diversi: mentre la fiaba di origine popolare, intrattiene lasciando passare anche dei messaggi rilevanti e che catturano l’attenzione, la favola ha come obiettivo la morale , uno scopo sociale, attraverso un percorso fatto di personaggi più o meno inventati che ricalcano pregi e difetti dell’essere umano, la favola nasce per educare.
Le favole sono anche un mezzo di individuazione molto potente, una chiave di lettura del processo di crescita dell’essere umano attraverso prove e confronti.
Uno specchio letterario lo definirei, un valido aiuto nei percorsi di tipo umanistico/psicologico.
Ne è un esempio il testo: “Donne che corrono coi lupi” scritto dalla psicologa/psicoterapeuta Clarissa Pinkòla Estes, che attraverso le favole ripercorre le tappe del processo di individuazione femminile.
La Bibbia delle donne, un libro mai uguale, uno spunto di riflessione continua che mi ha spronato a ritrovare la strada di casa ogni volta che mi perdevo, come le briciole di Pollicino, queste storie ci chiamano, ci inducono a prestare attenzione alla nostra parte autentica di donna come essere umano che aspira alla realizzazione attraverso non solo il sentire ma anche l'azione.
Una delle storie che ha fatto parte del mio personale processo di crescita e individuazione è stata “Amore e Psiche”di Apuleio.
Ad un certo punto della mia vita, la mia anima aveva bisogno di fare un percorso per integrare degli aspetti essenziali, avevo delle prove iniziatiche da superare per crescere, smettere di temere l’abbandono, piantarla di farmi bloccare dalla paura e sviluppare capacità di discernimento.
Mi ha accompagnato in questo percorso proprio questa favola, è stata la mia guida la Psiche che supera tutte le prove messe davanti a lei dalla gelosa Venere per aver osato amare suo figlio, un Dio.
Psiche, una donna che osa non accontentarsi di un amore segreto, ma che vuole vedere, osa distruggere un’illusione per la verità e la verità le costerà l’esilio in un peregrinare attraverso dure prove da superare per poi inesorabilmente fallire all'ultimo.

Ma Psiche deve fallire, lei è umana e grazie al suo umano fallimento permette a Eros di entrare in azione, il suo femminile umano provoca la mascolinità di Eros, trasforma il fanciullo in uomo, dove fallisce in realtà vince, mostrando dignità pari agli Dei.
Per questo verrà premiata alla fine da Zeus.
Il capovolgimento della resa come vittoria sull'amore è dato dalla caduta umana, risultante qui, come ascesa. 
Attraverso la Sua impotenza, il suo bisogno di salvezza Psiche sprona Eros a mettersi in gioco.
Lei non può essere perfetta, lo sarà solo nella redenzione che otterrà dall’amore, ha bisogno di aiuti e li troverà negli elementi, le formiche (terra), la canna (acqua), l’aquila di Zeus (aria) e il fuoco del suo Eros, alla fine l’ultimo aiuto che le salverà la vita è dato dal suo amato, dall’elemento fuoco, e davanti agli Dei sarà proclamata degna sposa di Lui.
Dove Venere qui impersona la Madre crudele del mito arcaico e non la Dea classica della Grecia, Psiche è colei che ritorna dagli inferi verso la luce delle stelle.
Ognuna di noi è Psiche, il suo è un percorso vicino a chiunque crede necessaria una conoscenza della propria interiorità.
Ultimamente ho ripreso in mano le favole e non mi stanco mai di vedere come ogni volta hanno qualcosa da mostrarti, da sottolineare, arrivano al momento giusto a rivelarti un segreto utile per farti superare quella prova che ora vedi insuperabile.

Il percorso per trovare il proprio Sé dovrebbe essere supportato dalla curiosità e non dall’esasperazione di un’anima che non ne può più di deviare dal suo unico scopo: ricongiungersi all' Amore.


"Sed prius, inquit, centies moriar quam tuo isto dulcissimo conubio caream. Amo enim, et efflictim te, quicumque es, diligo aeque ut meum spiritum"
Che io muoia cento volte, piuttosto che perdere te, mio dolcissimo sposo! Perché io ti amo, disperatamente, chiunque tu sia, ti amo più del mio spirito. (Dichiarazione di Psiche ad Eros).

P.


martedì 27 novembre 2012

Virgilio e l'arte di accompagnare attraverso.

Il tratto mai rigido, sempre morbido, danzante, come un compagno che detiene i segreti della diplomazia e ne fa un'arte nel raccontare con i colori anche una tragedia passandoci dentro come un angelo.
Virgilio ci accompagna nel mondo attraverso il vetro della sua lente artistica, indicando con il pennello la strada che conduce al centro, all'essenza. 
Un'essenza sfumata, lavorata con il cuore e curata dalla mano, una mano semplice e vuota ad accogliere un messaggio da trasmettere con linee flessibili che non tagliano mai lo spazio ma ne amplificano il tempo, non lasciando nulla di definito facendo di una  superficie la base per un sogno dipinto da un artigiano esperto.
Non c'è niente di intellettuale nell'espressione del suo sentire, è un'approccio autentico, che viene dal profondo e dal vivere il quotidiano in maniera altra.
Le sue tele sono tracce di verità che affiorano a chi sa vedere oltre,sono un sentiero che ci accompagna nel mondo attraverso l'evanescenza di un sogno.

Pamela  C. De Logu











Queste sono solo alcune delle opere della pittrice milanese Virgilio, per chiunque fosse interessato alla sua arte, ad acquistare i suoi quadri o a commissionarle lavori può contattarmi qui sul blog. 
Vi ringrazio.

Il sito ufficiale della pittrice è qui











mercoledì 21 novembre 2012

Sull'Arte di responsabilizzarsi



E’ interessante, conversando, rendersi conto di come molte persone considerino chi si dedica all’arte uno stralunato, un dolce ebete confuso, un po’ ritardato forse, senza nessuna idea precisa su ciò che accade nel suo paese e senza rendersi conto di quali siano davvero le cose che contano e di cui occuparsi.

Mi viene da sorridere con indulgenza a chi dall’alto della sua cultura non fa che ridere di chi ha scelto di non essere mutilato come lui, di non usare solo un emisfero e di comprendere piuttosto che limitarsi a giudicare.

Conprehendo dal latino vuol dire anche abbracciare e se come dice il proverbio Donna che sa il latino è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa, io mi guardo bene dal farmi prendere in isposa da chi non è neanche in grado di aprirsi alla possibilità di essersi sbagliato.


“Io sarò al Senato quello che sono stato sia nella vita, sia nelle commedie. È per quello che ho scritto che mi lusingo abbiano voluto compensarmi con la nomina a senatore. Quindi lo sapevano e lo sanno che io sono per il popolo.” Così esordiva Eduardo De Filippo uno dei massimi esponenti del teatro del ‘900.

L’arte è la massima espressione dell’uomo e la politica che dovrebbe essere l’arte di governare una società è diventata una prostituta.

Di politica non si dovrebbe parlare, la politica si deve fare.

Le parole sono importanti ma non servono che a veicolare un’idea. Manca un progetto, una comunione d’intenti, una coscienza civica.

Manca la volontà di assumersi la responsabilità che non si può non comunicare, che deve essere affrontata la realtà così com’è, ritrovare degli ideali da amare, valori da trasmettere, manca il coraggio di dire: siamo stati anche noi a fare questo all’Italia!


Con le nostre bugie, le nostre paure, le nostre omissioni, le nostre barzellette.

Ci prendiamo troppo sul serio? No ci prendiamo troppo per il culo! E’ questa la verità.

Voglio riportare qui un pensiero espresso da Michele Serra nel suo editoriale poiché condivido:

"Io è da molti anni che volevo dirlo, e forse è arrivato il momento giusto: la corazzata Potemkin è un capolavoro irripetibile, Eisenstein un colosso del Novecento, e imbucarsi nelle scomode salette d’essai per vedere quel genere di cinema, quando andavo al liceo, fu una fortuna e un privilegio. Le cagate pazzesche, in pullulante schiera, sono venute dopo, così come la ripulsa facile e cinica di tutto ciò che puzza di cultura, di bellezza, di fatica intellettuale. Risi molto anche io, quando sentii quella battuta, la giudicai liberatoria. Fu invece – senza volerlo – un mattone in più sul muro che ci imprigiona." Michele Serra

E’ proprio così continuiamo a ridere, anche io lo faccio, a ridere di cose che per una volta sola dovrebbero essere affrontate e per sempre, con la pace nel cuore non con astio e nemmeno indifferenza.

Con coscienza.

Molti preferiscono attaccarsi al mito dell’artista fuori dal mondo, io no.

L’artista non è fuori dal mondo, l’artista vede nel mondo quello che davvero questo cela.

Tira via la merda per mostrare a tutti il fiore più bello.

Mostra i fantasmi che chiedono aiuto, quei fantasmi un po’ demoni, un po’ angeli che siamo noi…

Ridotti così dalla paura e da una società che ci vuole ambigui, lacerati, bugiardi come diceva De Filippo.

Io voglio degli umani, non dei fantasmi. Voglio delle persone.

Persone che sappiano tener testa alle loro paure, che seppur sbagliando continuino a provare, persone che abbiano il coraggio di chiedere perdono e l’audacia di tendere una mano.

Persone che non lascino cadere nell’indifferenza un rapporto ma che chiariscano i motivi che le hanno spinte a fare delle scelte piuttosto che altre. Per condividere, per crescere.






Pamela C. De Logu

Virgilio, Pittrice Milanese





sabato 27 ottobre 2012

Punto. A capo.

Il punto era che non sapeva ricevere. Il che presupponeva il non saper dare. Non sapeva dare né ricevere. Non sapeva ricevere né dare. Agli uomini.
Era una giovane donna sopravvissuta alla mercificazione del corpo e sulla strada del ricongiungimento con il suo spirito. Non sapeva che cosa fare quando lui la sfiorava, non sapeva cosa fare perché si era scelta l'indifferenza da sempre per non fare i conti con l'impegno.
Un impegno che la terrorizzava perché quando incapace di vedere il fondo non si affidava al suo riuscire comunque a stare a galla. Non si fidava di Dio, non si fidava di lei stessa, non si fidava e basta.
Quando camminava lungo quel viale che giungeva al parco si faceva prima mille domande.
Le mille domande erano quelle che sperava trovassero risposta tra gli alberi di quello spazio verde metropolitano.
Diceva di odiare quel posto. Non era vero. Non aveva mai trovato così familiare un sentiero come quello che la faceva irrigidire, perché era lì la sua più grande prova, quella di saltare nel buio e non pensare a come salvarsi. 
Aveva fatto una scelta? O l'aveva subita? Che cosa doveva fare? Dire la verità? O mentire ancora? La verità è quello che vuole sentire? O è l'ennesima voglia di avere sotto controllo la situazione? Potrebbe accettare di amarmi così? Solo per ciò che riesco ora a vivermi?
Una balbuzie relazionale, questo era, un sentire spastico che a tratti lasciava un vuoto di giorni riempito da innumerevoli niente. Chi era? Cos'era? Un' inevitabile ricerca di equilibrio mal gestita e un urlo soffocato dalla vanità e dalla necessità di apparire ok.
Che cosa avrebbe dovuto fare, che cosa avrebbe dovuto dire a chi la guardava cercando di capire?
 Intrecciava le mani come una bambina indifesa ma non aveva paura del giudizio, sperava in un giudizio, quantomeno avrebbe sentito qualcosa...forse...
Voleva innamorarsi, voleva così tanto innamorarsi, non riusciva mai, così vicino e poi via...non per paura per scelta, ora lo sapeva.
Non avrebbe più perso nessuno. 
Nessuno mai più se ne sarebbe andato via lasciandola sola una mattina senza nemmeno salutare. Lei si sarebbe protetta. Non avrebbe più lasciato che qualcuno potesse farle del male. E così si inventò un rapporto d'amore basato su un'ideale inesistente ma così bello da portarlo avanti come un regista impreparato sui gusti del pubblico tanto da fare un flop gigantesco alla prima uscita.
Si inventò emozioni e attenzioni, nascose a tutti la verità di un'incapacità di vivere secondo quanto era stato predisposto da quel Dio, che non voleva altro che lei riuscisse a fidarsi del fatto che ce l'avrebbe comunque fatta. E che solo una volta riuscita a non avere paura della perdita avrebbe assaporato la riconquista di un amore vero. 
Ma lei aveva fretta di vivere secondo quanto nella sua testa era giusto vivere.
Così testarda e infelice raggiunse la disperazione e perse tutto. Partì con un cuore ferito, tornò senza un cuore. Lo vendette al Diavolo in cambio di un sogno storpio e di poco valore.
 L'anima intanto urlava e lei la zittiva ogni volta lasciando che la voce si affievolisse tanto da sparire.
Poi accadde che Dio intervenne perché Dio non lascia mai che ci si allontani più di tanto dai suoi piani.
Si svegliò in preda al panico, si scoprì donna. 
Si scoprì sola e disillusa. Vide la verità e i suoi occhi si bagnarono. La nuda verità era che non voleva accettare la verità. 
La chiave era dire quello che aveva dentro. Ma era così brutto secondo lei che nessuno l'avrebbe più amata.
Quella sera fece solo un'ultima domanda alla quale non trovò risposta. Prese la valigia e se ne andò.
Viaggiò in prima classe vestita da profuga, piangendo per ciò che non aveva mai avuto.
Un estraneo ad ogni stazione, fumava con lei una sigaretta senza dire una parola, sorridendole, come se sapesse che quantomeno ora non aveva più niente da perdere.
Tutto era di nuovo reale, nulla da inventare e nemmeno più la voglia di farlo.
Ora c'era solo da vivere la difficoltà di vedere, la facilità del sognare non avrebbe portato che altre illusioni da condividere.
Chiese ad occhi chiusi la verità. Ed ebbe tutto ciò che non voleva ma di cui aveva bisogno.
Chiese a Dio: fai tu. E le mandò l'occasione di ascoltarsi attraverso un'eco, di guardarsi attraverso uno specchio. 
E cominciò a fare solo quello che era necessario fare per conoscersi. Non inventarsi.

La verità vi renderà liberi. Dice il vangelo. Forse alcuni non vi riconosceranno ma è un rischio che bisogna correre affinché quelli che vi stanno cercando possano trovarvi.
Non puoi perdere niente di ciò che è tuo. Se lo perdi vuol dire che non era tuo sin dall'inizio.


Pamela C. De Logu

domenica 29 luglio 2012

Adorabile Noir


Non avevo idea di che ora fosse. Sapevo solo che era la fine.
Quando è finita lo senti, disse mia nonna un giorno, la fine la si riconosce sempre, ha un non so che di familiare, forse perché è con noi dal momento in cui veniamo al mondo.

Soffocate nell’ovatta, voci lontane mi scuotevano, non ero affatto convinta di voler tornare ma nemmeno di andarmene, ero in quello stato semibeato dell’incoscienza dove tutto va avanti eppure tu sei tragicamente fermo.

“Chi sei?”

“Valeria! Su! Abbiamo finito” la voce del dottore grattava come Il tubo nella faringe tirato  su di colpo .
Aperti gli occhi, rassicurato lui, mi abbandonai ad un sonno senza sogni.
“Tutto si trasforma. Ci saranno altri inizi ora” disse Monica. Lei era sempre gentile con me, io ero solo perplessa e stanca, chiusa e inaridita.
Continuava a sfiorarmi quell’idea di aver sbagliato. E quella di essere io stessa sbagliata.
“Scrivi tutto, ti aiuterà” aveva detto lo psicoterapeuta.
Non è ironico come spesso le persone sappiano meglio di te cosa possa farti bene? E non è ridicolo che io non riesca più ad ascoltarmi?
Forse è solo triste. Triste come quel viso dannatamente bianco che continua a sorridere plasticamente ad uno specchio sporco.

Non ero molto lontana dalla stazione e nemmeno dalla verità.
 Come aveva potuto restare tutto quel tempo nudo nel freddo senza cambiare colore? Dove ero stata io?
Io non c’ero.
Perché sono qui?
Qualcuno mi ha presa in braccio. Si, poi non so. Che cosa dire?
Voglio solo dormire ancora.
Mi guardava, come se volesse dirmi qualcosa, ma non usciva niente da quella bocca.
Non riuscivo a fidarmi. Passavo ore a convincermi che ero solo impaziente, che non poteva essere così.
Ma non è mai diversamente.
La porta era socchiusa, la gola secca mi spaccava il fiato tenendomi stretta in una morsa.
 Ero io la  piccola mosca di cristallo, quella ragazzina viziata di cui ridevi, disprezzavi ogni cosa eppure dicevi di saper amare e io non potevo ferire l’orgoglio dando retta a Dio.
Che scelta stupida adattarsi!
Non capivano niente, dovevo ricominciare daccapo. Non sapevo cosa dire, non sapevo che altro inventare.
“ Stai mentendo Valeria?” “No dottore, se è tutto vero, che altro potrei aggiungere?”
Detesto quando ti gettano addosso quello sguardo di falsa compassione squadrandoti come se tu fossi senza gambe e loro sapessero come ci si sente.
“Voglio solo andare a casa”


Sei tu mentre farnetichi,
Mentre ti fai scudo di un sorriso beffardo,
Sei tu mentre mi mastichi
Sputando la mia parte più bella.
Sei tu mentre impoverisci gorgheggiando sentenze.
Ma non puoi essere tu ora, con gli occhi bassi, senza difese.


Quante poesie ritrovate in un cassetto, ho scritto molto per te sai?
No, non lo sai.
Non ho mai voluto cambiarti ma c’è stato un momento in cui ho desiderato cambiarmi  per potermi far amare da te. Mi sono ferita tanto da sanguinare per giorni. Tu sembravi solo finto.
Come un pupazzo eri lì, vicino tanto da essere distante.
Mi è sempre risultato piuttosto facile convertire il dolore in arte, ma la rabbia sono riuscita a convertirla solo  in sesso.  Né più né meno che carne da sfogo, io non c’ero.




“Tutto quel tempo dove sei stata Valeria?” Domanda ora una voce.
“Io per tutto il tempo non so dove sono stata ma non ero lì, non ricordo di aver mai fatto altro che resistere”
Ricordare frasi spicciole, banalità, omissioni, bugie e parole sprecate, respiri difficili e tensioni ricorrenti, notti accese e albe acide. Con la cola mio zio ci pulisce la pistola,  vedi mamma non fa poi così male.


Tu e la tua arroganza, di null’altro ti sei curato se non di mantenerla viva


Ora è tutto da sistemare, ci sono le mie cose in mezzo. Ci sono carte, vestiti, nastri, il mio ultimo pacchetto di sigarette prima di riprendere a smettere. Chi sistemerà tutto questo casino? Che mi succede? Sono in uno stato alterato? Non è come prima ma non so spiegare la differenza.
Tua madre, una firma, un sostegno emotivo, che succede? Cosa ci fanno queste macchie qui? Non sono più io. Ma ero io prima di tutto questo? Chi ero? Chi sono ora?

Non ho più desideri, voglie, sono apatica, sono sola  ma sto sempre con qualcuno.
Eppure sola mi ci sento spesso.
Sul terrazzo la pioggia sporca quel tavolo al centro, è tutto secco intorno, la terra non ne ha abbastanza di acqua. Io, in mutande sono ferma lì a sentire le gocce scendere, non so più dire una parola.
Alla prima ero stata davvero brava. Mi avevano applaudito. Tu in platea c’eri. Non sono riuscita a scorgerti ma so che c’eri,  miravi al cuore ma non potevi che colpire altrove perché avevi gli occhi dietro.
Sono arrivata, questa è la mia fermata. Scendo.
 Non ho di nuovo timbrato il biglietto, lo tengo nel caso debba per forza timbrarlo per non prendere di nuovo una multa. Questa cosa mi costringe a fare attenzione, ad essere presente.
Sto sviluppando un'altra me che non chiede, non da, è là e basta.
Hai di nuovo comprato quel pane che mi piace tanto? Hai provato a sentire se ha lo stesso sapore?
Assaggiare. Bisogna assaggiare. Non si può mai sapere. Devi sperimentare non con il corpo ma con l’anima. Il corpo è un mezzo, non è altro. L’anima dov’è? E’ sempre stata là, ma non te ne rendevi conto che in un angolo sghignazzava del tuo non scegliere  perché scelto?
Del tuo prendere ordini da un padre generato da te?
Di un padre figlio, di un inganno?
Ora rido, rido di tutto, sembro pazza, qualcuno la pensa così, è una cosa che non ha importanza, niente ha più rilevanza ora del mio proseguire rimanendo sempre qui.
Non è uno stagno, non più. E’ un oceano. Ci sono tutte quelle specie di pesci che amavi, ci sono tutti quei mostri nascosti dal buio. Ora però che mi avvicino, li vedo: sono solo brutti, non hanno più nessun potere. Non ho più paura. Non sono mostri che nel cuore chiuso. Sono quello che sono.

Il vomito è ancora lì. Quella nausea, quel disturbo c’è ancora. C’è sempre ma non è padrone. Niente è più come prima eppure tutto è uguale.
Da piccola disegnavo, cantavo, avevo la vena artistica.  In tutto quello che facevo c’era un pizzico della follia tipica degli artisti. Non è follia, in verità ti dico è una gamma espressiva più ampia.
Poi mi hanno tagliato le vene.
E da grande mi hanno detto che non avrebbero potuto farlo se io non lo avessi permesso.
Allora io l’ho permesso. Allora è giusto che io venga punita perché non ho difeso i sogni come avrei dovuto. Ma io credevo dovesse difenderli mio padre.
Ho creduto male. E poi? E poi, ho smesso di credere.
“Credi in Dio?” Domanda ricorrente nei momenti di crisi.
Sarebbe opportuno chiedere: “Senti Dio?” A volte il sabato sera intorno all’una di notte.
“Valeria! Svegliati!”
La strada è scoscesa,  arranco con fatica, sento il respiro, eccomi ci sono.
Valeria dove sei? Sono qui.
Sei qui con me, cammina. Eccoci. L’una e l’altra siamo qui. Siamo noi. Siamo Valeria.
Sono morta? Non ancora.
Che cos’è questo brusio di voci lontane. Sono ricordi. E quelle macchie? Sono i pensieri.
Dov’è la mia vita. Non c’è la tua vita. C’è la vita. Sei su questo treno da un po’ lo sai?
Quando ci sono salita? Non ricordo niente.
Hai scelto di salirci molto tempo fa. Sforzati di ricordare. Allora eri una piccola luce.
Eri alla ricerca di un tunnel per realizzare il tuo destino, quello di essere speranza per tutti coloro che erano alla fine.
Non l’ho salvato. Io non l’ho salvato. Non ho potuto. Non c’ero.
La speranza è solo una luce non è una mano. La mano è di Dio. Lascia a Lui il Suo compito.
Perché ho sofferto tanto? Perché eri cieca. In realtà niente finisce. Tutto è solo di passaggio e tutti abbiamo un compito da assolvere.
Quale? Riuscire a vedere.
“Valeria, svegliati!!!”
“Cos’è questo rumore?”
“Defibrillatore.”
“Scarica!”
“No! No! Ancora! Scarica! ”
Stanno generando resistenza, non devi lasciarti confondere, devi scegliere tu ora. Andare o restare.
Cosa ne sarà di me se  tornerò? 
Stai di nuovo dubitando. Svegliati!


La camera bianca e spartana odorava di candeggina e rose, dalla finestra sbucava il ciliegio del giardino accanto, era di nuovo primavera.
C’era lo schermo, c’ero io e c’era tutto il resto. Ora che ero di nuovo in me, mi alzai bevvi dell’acqua fresca e respirai.
 “Dove sono tutti?” Chiesi a voce alta.
Non c’è mai stato nessuno Valeria. Hai solo sognato.
“L’ho ucciso. Sono stata io non è così?”
Quando? Quando è successo?
“Non lo so.”
Valeria non c’è mai stato nessuno.
Al pianterreno un gatto  grattava alla finestra, un randagio abituato ad avere qualche scarto durante le ore dei pasti.
Scesi le scale piano, con la testa ancora fra le mani, non avevo che quei passi, quelle mani strette intorno alle tempie, non c’era davvero più nessuno. Cosa fosse successo non era più importante, io ero andata via ed ero tornata. Lui era rimasto il tempo necessario per realizzare il suo e il mio destino. Non aveva vinto nessuno, non era una partita. Ora non sapevo dov’era, non sapevo nemmeno cos’era stato quell’attimo, non mi interessava più sapere nemmeno se c’era stato un qualcosa di quello che descrivono nei romanzi come amore. Ora c’è un gatto da sfamare alla finestra, una donna da curare e una vita da vivere. C’è che non mi va più di spiegare. Quel bisogno di approvazione non c’è più. Sto bene. Sono libera.

Suona ripetutamente il campanello, suona, suona. Arrivo. La porta è già stata forzata. Ci sono di nuovo tutti.
Non era stato un sogno. Qual è la realtà? Mi portano via. Di nuovo. Ma sulle mie gambe stavolta.
L’ho ucciso. Non sono stata io ma a loro non importa.
 Mi spiegarono che se non l’avessi fatto mi avrebbe uccisa. Continuavo a ripetere: Non sono stata io.
“Perché non mi credono? Che mondo è mai questo?” chiesi disperata.
Silenzio.
“Sveglia Valeria!!!”
Un urlo. Poi nulla. Ora ero di nuovo nel mio corpo, la sensazione di sogno era svanita.
Mi avevano operata, avevo rischiato di morire. E perché? Aveva provato ad uccidermi.
"Allora non l’ho ucciso. E’ morto. Come? Nel gelo?
L’ho visto prima."
Nello specchio, ora ero chi avevo sempre desiderato essere. Quell’uomo non c’era più. Ma il ricordo sarebbe riaffiorato in un angolo che solo io conoscevo.
“Hai bisogno di riposare” disse un’ infermiera con aria severa.
“Ho bisogno di andare al mare” risposi dolcemente.
P.